Inizia così l’analisi del dott. Starace: “L’approvazione del Piano è stata accolta da reazioni contrastanti. Da un lato, chi saluta un modello integrato coerente con l’approccio biopsicosociale e con la prospettiva One Health/One Mental Health, attenta all’interazione tra determinanti biologici, psicologici e sociali lungo l’intero ciclo di vita. Dall’altro, chi lamenta la scarsa incisività del pur lodevole lavoro di sintesi sui concreti elementi di crisi che attraversano il mondo della salute mentale nel nostro Paese. Su un aspetto tutti i commenti sono unanimi: nell’attuale contesto della sanità italiana nessuna nuova programmazione, nessuna innovazione culturale potrà mai avere successo se non è accompagnata dall’individuazione di obiettivi dirimenti (il cui raggiungimento non produce semplicemente un incremento quantitativo delle prestazioni, ma modifica in modo sostanziale l’efficacia complessiva del sistema) e da un finanziamento dedicato.”
La riflessione si conclude così: “La salute mentale di comunità in Italia rimane una rete disegnata con capacità di visione ma tessuta con fili sempre più tenui. La trama è corretta, le intenzioni sono quelle giuste, ma quando il peso della realtà clinica, fatta di crisi acute, disagio sociale, comorbilità, si appoggia su questa rete i fili non reggono più. Il PANSM sostiene un modello di salute mentale integrata, accessibile, territoriale, in linea con le migliori esperienze nazionali ed internazionali. Tuttavia, tra il livello delle dichiarazioni ufficiali e la condizione concreta dei servizi si apre una distanza crescente: quello che il sistema afferma di garantire e ciò che riesce realmente a praticare sono entità sempre più distanti. Quando questa distanza diventa strutturale accade qualcosa di più insidioso della semplice inefficienza: la mediocrità operativa si normalizza. Le lunghe attese diventano ordinarie, la presa in carico intermittente diventa sufficiente, la gestione della crisi sostituisce la cura senza essere più percepita come una riduzione di qualità. Il sistema continua a funzionare, ma abbassando silenziosamente la soglia di ciò che considera accettabile. Evitare questo rischio richiede il riconoscere che la disponibilità di personale competente e in numero adeguato non è una variabile organizzativa ma il test di realtà col quale è necessario confrontarsi, la condizione dirimente che riduce la distanza tra ciò che si può e ciò che si deve fare.”